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 in poesia


LA MIA GENTE

di Umberto Bernabai



Sofferenza, che, come macigno,
forte ti grava sulle spalle,
abbarbicata come serpe al ramo,
conficcata spina, che non molla,
ti tortura e non ti ammazza;
stipata nel labirinto de’ vicoli,
la mia gente v’era avvezza,
e noi fanciulli dal lungo inverno,
fuor de’ calzoni la pelle paonazza,
a rincorrerci per non tremare;
consolante premio a sera
la solita zuppa di verdura,
tra le segnate familiari facce
al balenante fuoco del camino.
Un libro e due quaderni,
neri, come quegl’anni, al mattino,
e, a mitigar la sofferenza:
due noci in tasca e una frittella,
e, sotto il banco, lo scaldino,
barattolo Doppio concentrato,
riempito a metà di carbonella.
Crescevam così, il callo sulla pelle,
e noi più sordi ai colpi del destino,
e le mamme eran più mamme
ed i figli almeno tre.

Sonnino, dicembre 2004

Pubblicata in Voce Romana 2000, V, n. 11, Novembre 2006, p. 18.